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Una cattura inaspettata
RACCONTO
Trebisacce (CS) - Agosto 1990
Da anni mi faccio sempre la stessa domanda: ma quanto sarebbe pesato?
È una domanda che torna puntualmente ogni volta che mi capita di guardare quella fotografia. E ogni volta il pensiero è sempre lo stesso:
«Se non l’avessi pulito in mare, quale sarebbe stato il suo peso effettivo?»
All’epoca, per me, fu davvero una bella cattura. Ero giovane, avevo più fiato, qualche capello in più e sicuramente qualche chilo in meno. Oggi, a distanza di tanti anni, con qualche chilo in più, meno fiato e qualche capello in meno, riesco ancora a emozionarmi come allora quando ripenso a quel pomeriggio e a come andarono le cose.
È anche per questo che ho deciso di raccontare questa storia agli amici del web, molti dei quali avranno sicuramente fatto catture ben più nobili e importanti delle mie.
Ma credo che, nella pesca subacquea, non sia sempre e soltanto la preda a rendere memorabile una cattura. Che si tratti di un dentice o di un polpo, spesso ciò che conta davvero è come quella preda è stata catturata: le condizioni del mare, il luogo, le difficoltà incontrate, lo stato d’animo di quel momento.
Sono soprattutto le emozioni a rimanerci dentro. Quelle non si pesano su una bilancia e non si misurano in centimetri, ma sono proprio loro che, anche dopo tanti anni, continuano a tenere viva la nostra passione per il mare.
Fin da piccolo ho sempre avuto un rapporto speciale con il mare. Ho avuto la fortuna di viverci vicino e, per me, è stato da subito un grande compagno di giochi.
Ultimo di quattro fratelli, ho ricevuto da loro una buona scuola e, in particolare, mio fratello Pasquale, il più grande, non si è mai risparmiato nell’insegnarmi tutto ciò che lui stesso aveva imparato.
Ricordo che era particolarmente bravo nella pesca dei grossi polpi. Quando ero poco più che un ragazzino avevo invece una curiosa abitudine: sparavo quasi sempre ai polpi più grandi di me! Il problema arrivava subito dopo, perché puntualmente non riuscivo a stanarli e finivo per chiedere aiuto a Pasquale.
Finché un giorno, stanco delle mie continue richieste, mi disse:
«Se lo vuoi portare a casa, te lo devi stanare da solo. Arrangiati, perché devi imparare.»
Era un polpo enorme per me, ma con fatica e caparbietà riuscii finalmente a tirarlo fuori.
Probabilmente è anche grazie a episodi come quello che, fin da piccolo, sviluppai una particolare predisposizione per la pesca dei polpi.
Ne avevo catturati tanti.
Ma mai uno così grosso.
Almeno fino a quel giorno…
Era l’estate del 1990, precisamente il mese di luglio. Mi trovavo in vacanza sulla costa ionica e, come quasi ogni pomeriggio, condizioni del mare permettendo, ero andato a pescare.
Alcuni amici mi accompagnavano e mi seguivano dalla riva mentre io mi immergevo nello specchio di mare antistante Trebisacce, paese di pescatori in provincia di Cosenza.
Il fondale, in quel punto, non era particolarmente profondo. Era formato soprattutto da sassi di fiumara di ogni dimensione che, partendo praticamente dalla battigia, creavano subito un'infinità di tane e piccoli anfratti.
A una trentina di metri circa dalla riva i sassi lasciavano spazio alla sabbia, formando un piccolo ciglio tra il fondale roccioso e quello sabbioso. Anche spingendosi più al largo, difficilmente si superavano i nove o dieci metri di profondità.
Quel pomeriggio entrai in acqua per il mio solito calasole, tra le 17:30 e le 18:00. Era l’orario che preferivo quando pescavo in quella zona: la luce era ottimale e, poiché il sole tramontava alle spalle della spiaggia, in quasi qualsiasi direzione decidessi di pescare finivo per averlo dietro di me.
Quel tratto di mare era frequentato da molto pesce bianco: spigole, cefali e saraghi. Nelle numerose tane non era raro incontrare grossi gronghi e belle murene. E naturalmente non mancavano i polpi, alcuni anche di notevoli dimensioni.
Per me quella zona era diventata una vera e propria palestra.
La conoscevo a menadito. Avevo visitato quasi ogni tana e la pineta che costeggiava la spiaggia mi forniva ottime mire da terra per ritrovare i punti migliori.
In quel periodo non pescavo ancora con gli arbalete. Utilizzavo i miei vecchi fucili oleopneumatici Mares: un Miniministen, che impiegavo soprattutto nei piccoli buchi, e un Medireef.
Fucili che, ancora oggi perfettamente funzionanti, continuano a fare il loro sporco lavoro.
Indossavo una muta Seac Sub che ho letteralmente portato allo sfinimento, un paio di pinne Mares Plana, alle quali ero affezionatissimo, e naturalmente la mia immancabile maschera Mares Ventosa, quella che utilizzava anche il Campione di Pesca Massimo Scarpati.
Appena entrato in acqua avevo catturato un paio di polpi intorno al chilo, diligentemente sistemati nel vecchio retino a gonnella — altri tempi! — e poco dopo ero riuscito a prendere anche un bel grongo, perfetto per la zuppa.
Poi, improvvisamente, il deserto.
Non vedevo più un pesce.
Dopo circa due ore in acqua decisi quindi che era arrivato il momento di uscire.
Mi stavo dirigendo verso la riva, dove mi aspettavano i miei amici, quando, in appena mezzo metro d’acqua, vidi con la coda dell’occhio qualcosa che attirò immediatamente la mia attenzione.
Una ventosa gigantesca.
«Azz…!»
Feci segno agli amici sulla spiaggia che avevo visto un polpo: il tempo di prenderlo e sarei uscito.
Il tempo di prenderlo…
Un corno!
Dopo aver osservato attentamente la tana, mi resi conto che sotto quel grosso sasso c'era un polpo veramente enorme.
Non ne avevo mai visto uno così grande.
E dire che quella zona era popolata da molti cefalopodi, anche di dimensioni importanti. Ma quello era decisamente un'altra cosa.
La situazione, però, non era delle più semplici. C'erano appena cinquanta centimetri d’acqua, il polpo era di dimensioni considerevoli e il sole stava ormai tramontando.
Dovevo decidere in fretta.
Che faccio?
Infilo la mano nella tana e provo a tirarlo fuori oppure gli sparo?
La prima soluzione non mi sembrò particolarmente saggia. Era veramente grosso e, a dire la verità, l’idea di infilare una mano là sotto non mi entusiasmava affatto.
Optai quindi per la seconda.
Armato soltanto con una fiocina a tre punte in acciaio, presi la mira e sparai.
Sbang!
Preso in pieno nella testa, proprio in mezzo agli occhi.
E lì successe il finimondo.
Non avevo previsto una reazione tanto violenta.
Ero abituato a catturare quasi sempre i polpi con le mani e, in quei casi, le loro reazioni erano generalmente contenute.
Quella volta fu completamente diverso.
Mi sembrò improvvisamente di essere diventato uno di quei subacquei dei racconti di Giulio Verne, usciti dal sottomarino per ritrovarsi a combattere contro uno dei giganteschi mostri marini che popolavano le sue storie.
Con una piccola differenza.
Io non mi trovavo a ventimila leghe sotto i mari.
Ero in cinquanta centimetri d’acqua!
In pochi istanti mi ritrovai letteralmente abbracciato a quella piovra gigantesca. Iniziò una specie di danza, un tira e molla impressionante.
I suoi tentacoli mi avvolsero le braccia e il petto e, persino attraverso la muta, riuscivo a sentire la forza delle sue ventose.
Per alcuni interminabili momenti diventammo quasi un corpo unico.
Quella lotta sembrava non dover finire mai.
Uno dei due, prima o poi, avrebbe dovuto mollare.
Dopo circa quaranta interminabili minuti eravamo entrambi stanchi. In un ultimo tentativo di liberarsi, il polpo afferrò con un tentacolo la pinna del mio piede destro, quasi volesse strapparmela.
A quel punto decisi di cambiare strategia.
Mi tolsi entrambe le pinne, piantai i piedi sul fondo e cercai di sollevare quasi di peso il grosso sasso sotto il quale si era intanato.
Nel frattempo i miei amici, dalla spiaggia, continuavano a chiamarmi insistentemente. Stava diventando buio e non riuscivano a capire cosa stessi facendo e, soprattutto, contro chi stessi combattendo.
Questo almeno è ciò che mi raccontarono una volta uscito dall'acqua.
Dalla riva mi vedevano immergermi e poi riemergere poco dopo. A volte apparivo con quasi mezzo busto fuori dall’acqua, altre volte sparivo completamente lasciando intravedere soltanto il cappuccio della muta.
Io, intanto, senza più le pinne ai piedi, cercavo un appoggio stabile sul fondo per raccogliere tutte le forze che mi erano rimaste.
Con uno sforzo che allora mi sembrò disumano, le mani piene di spine di riccio e ricoperte di piccoli tagli, continuai a tirare.
Alla fine il polpo cedette.
Improvvisamente venne fuori dalla tana quasi come un fuscello, senza opporre più alcuna resistenza. Sembrava essersi afflosciato su se stesso, come se avesse capito che quella lunga battaglia era ormai terminata.
Recuperai le pinne e finalmente uscii dall’acqua.
Ricordo ancora oggi le facce dei miei amici che mi avevano aspettato con impazienza sulla riva.
Quando videro il polpo rimasero senza parole.
Lo pulii velocemente e tornammo a casa.
Stranamente — e per fortuna — quella volta decisi anche di scattare una fotografia.
Poi, più per curiosità che per altro, misi il polpo sulla bilancia.
L’ago si fermò a:
5,500 kg.
Ancora oggi rimane il polpo più grosso che abbia mai catturato.
Una cattura completamente inaspettata, arrivata proprio quando avevo ormai deciso di uscire dall’acqua e che, a distanza di tanti anni, riesce ancora a riportarmi a quel pomeriggio d'estate, a quella spiaggia, a quel mezzo metro d'acqua e a quei quaranta interminabili minuti.
Ma soprattutto continua a lasciarmi con la stessa domanda con cui ho iniziato questo racconto.
Perché quei 5,500 kg erano il peso del polpo dopo averlo pulito.
E allora, ogni volta che guardo quella vecchia fotografia, non posso fare a meno di chiedermelo ancora:
«Ma se non l’avessi pulito… quanto sarebbe pesato?»
